Marino Ficola ICE glaciazioni contemporanee a cura di Andrea Baffoni

Otranto, Castello Aragonese

16 luglio - 21 agosto 2011

Marino Ficola dopo i successi italiani ed internazionali della personale di Todi e delle collettive di Parigi e Danzica - quest’ultime nell’ambito della rassegna istituzionale promossa dall’Unesco Evolution Art Revolution - giunge nei prestigiosi spazi del Castello Aragonese di Otranto per un nuovo, attesissimo e accattivante, solo show.
Ad offrire questa possibilità al giovane artista originario di Deruta è  Sistema Museo di Perugia, ente sempre molto sensibile alle rutilanti evoluzioni di Ficola.  Grazie a tale iniziativa nei ponderosi spazi del Castello si potranno ammirare una serie di lavori, dipinti su resina e le caratteristiche sculture in terracotta con “fascette” in plastica - global mix -, consacrati ad una visione fossile ed arcaica della nostra civiltà, ma quantomai contemporanea; restituita con la consueta, sensibile e talvolta scanzonata interpretazione del mondo attuale che Ficola sa offrire come pochi altri. Opere in cui l’artista darà sfogo alle sue intense e brillanti meditazioni sul valore estetico e, soprattutto, concettuale di tutto quanto continuamente fluisce intorno a noi, lasciandoci come spettatori congelati ad assistere lo scorrere della vita dietro ai suoi dipinti. Ice...

  

La nuova glaciazione di Marino Ficola

C’era una volta un pastore che attraversava le Alpi. Ferito ad una spalla, stanco e indebolito, si accasciò sulla neve – forse stava scappando –, ma a 3000 metri il gelo è implacabile e minuto dopo minuto la coltre di neve che lo ricopriva si trasformava in ghiaccio. Poco dopo il silenzio e l’oscurità divennero la sua nuova casa. E lì è rimasto! Più di cinquemila anni di buio e freddo, per arrivare a noi pressoché intatto.

Il 19 settembre 1991 nel ghiacciaio del Similaun sulle Alpi Venoste, a più di 3000 metri di altitudine al confine fra Italia e Valle del Tirolo austriaco Ötztal, i coniugi Erika e Helmut Simon scoprivano il corpo mummificato di questo pastore. Dagli studi effettuati si comprese risalire all’età del rame, fra 3300 e 3200 a.C. Fu ribattezzato Otzi o Uomo venuto dai ghiacci ed è stata la prima volta che un essere umano vissuto in un’epoca così lontana dalla nostra, veniva ritrovato in uno stato di conservazione talmente perfetto da poterne ancora individuare sulla pelle i cinquantasette tatuaggi. Otzi ha attraversato le ere silenziosamente e dal passato è arrivato fino a noi con il suo bagaglio di storie che raccontano un mondo molto differente da quello che oggi conosciamo. Il ghiaccio lo ha preservato, ma la Terra, dopo tutto questo tempo, ha deciso che era giunto il momento di presentarcelo.

Il Ghiacciaio del Similaun è un luogo estremo per la sopravvivenza, come tanti vene sono sulla Terra; paesaggi desolati dove quei pochi esseri che riescono a viverli si sono dovuti adattare a duro prezzo. Ma la desolazione di questi luoghi a volte ci pervade e per quanto lontani anche noi in certi momenti, pur nella nostra opulenza, senza nemmeno accorgercene ci ritroviamo nel bel mezzo di un deserto. Che sia di gelo o di sabbia poco importa perché ciò che conta è quel che resta nella nostra anima e quando questo succede ad un artista, il rischio è che con le sue visioni trascini tutti noi al centro di uno di questi luoghi.

Marino Ficola è pittore di territori estremi: periferie; abissi; deserti. Luoghi al limite della sopravvivenza. Le Periferie estreme come i Paesaggi anarchici o i recenti Abissi sono visioni di mondi ai confini, colti in essere, ma ai quali si nega il divenire e in equilibrio precario tra vita e morte. E il confine è sempre la sua pelle, velo estremo che separa ciò che è dentro da ciò che è fuori. Così per opere come Abisso della mia anima o Atlantide, in cui parla di realtà umane sommerse nell’oscurità del fondale “Marino” perché, come altre volte ho scritto, la pittura di Ficola esprime sempre qualcosa che risale dal fondo della sua anima. Dipinti come istantanee di luoghi interiori che emergono dal buio dell’inconsapevolezza, per decifrarsi attraverso un misterioso alfabeto di forme e colori.

Nella sua opera c’è sempre un mondo nascosto, che sia sotto terra o sotto il mare, c’è sempre qualcosa da scoprire e da cercare; stratificazioni di materia celano il passato. Era così per le visioni di architetture che l’artista percepiva come residui strutturali di una storia recente, ma ormai passata; ruderi contemporanei di una civiltà a suo parere entrata nella fase di decadenza. Sontuosi palazzi nuovi di zecca, ma già vecchi nella loro accezione.

La serie da cui trae il titolo l’attuale mostra trova invece la sua ispirazione nel ghiaccio, quello che sulle Alpi ha restituito Otzi e che in Siberia permetteva di ritrovare i grandi mammut. Ice si compone di una serie di opere in cui tutto è giocato sulle tonalità del bianco, riferite all’acromia del ghiaccio, entro le quali ombre di colore scuro definiscono sagome di esseri animali. Ancora una volta componente essenziale di queste opere è la resina sintetica, che adesso non viene stesa sulla superficie, ma lasciata penetrare dal retro della tela. Essa autonomamente, proprio come l’acqua che si congela, ingloba l’immagine e si rattrappisce in modo del tutto spontaneo, non permettendo all’artista di sapere come andrà a finire.

Le “glaciazioni contemporanee” di Ice sono ancora una volta un monito a “vedere” qualcosa di nascosto e fissato nella memoria del tempo. Ficola vuole che lo spettatore non riceva l’immagine nella sua immediatezza; lo spinge di continuo cercare. E ancora una volta restituisce immagini velate da un tempo che diventa materia e così l’orso, il rinoceronte (suo animale preferito), il cervo, l’elefante, la balena diventano esseri viventi di una Terra lontana nel tempo, ma non nello spazio; animali che popolano la sua fantasia d’artista, congelati nell’indeterminatezza della sua pittura.

Ma alla domanda sul dove sia l’uomo in tutto questo Ficola risponde facendo intendere che per lui il ghiaccio è metafora di raffreddamento sociale. La desolazione che si percepisce nelle sue opere rimanda sempre alla dilagante aridità dell’uomo contemporaneo e allora c’è da chiedersi se la fredda materia stia inglobando gli animali o se al contrario siamo noi che, intrappolati nel gelo, non riusciamo più a vedere con chiarezza il mondo che abbiamo di fronte.

Ecco allora che torna alla mente Otzi. Silenzioso uomo del passato, riemerso dall’oscurità per parlarci di un tempo dove pur vivendo in simbiosi con la terra la violenza umana aveva già fatto la sua comparsa, decretandone il carcere glaciale dal quale per millenni ha guardato il mondo. Forse siamo di fronte ad una nuova era glaciale e forse il gelo dell’indifferenza sta annebbiando la nostra vista.

Speriamo solo di non dover anche noi attendere cinquemila anni prima di rivedere la luce.

Andrea Baffoni, Perugia, 2011