TrameFrame a cura di Gianluca Marziani

31 marzo - 20 maggio 2012

Matteo Basilè / Davide Bramante / Michele Ciribifera / Mario Consiglio / Marino Ficola / Robert Gligorov / Max Papeschi / Antonella Zazzera

Otto artisti italiani. Quattro di loro vivono nella regione (Umbria) dove Palazzo Morelli (Todi) si sta muovendo con sensibilità propositiva. Gli altri quattro arrivano da luoghi diversi e rappresentano una metodica selezione per creare un controcampo ideale, un dialogo italiano tra il luogo che ospita il progetto e l’ospitalità che un contesto può ricreare. Alle buone maniere si aggiunga il valore teorico che Gianluca Marziani ha individuato nel costruire il percorso. Non una semplice collettiva ma una visione linguistica in cui cogliere le due principali grammatiche del presente: da una parte l’opera come scheletro dinamico, dall’altra l’opera come abito mediatico.

Dice lo stesso Marziani: “La mostra con Palazzo Morelli rappresenta un giusto passaggio nella mia assidua presenza in Umbria. Tutto nasce dal padiglione regionale che ho curato a Palazzo Collicola per la Biennale di Venezia 2011. Ciribifera, Consiglio, Ficola e Zazzera erano nel museo con sale raffinate dalle atmosfere silenziose, quasi metafisiche nel modo in cui ricreavano effetti  luministici, riverberi, intimità immersive. Se dovessi pensare ai caratteri più evidenti nel panorama artistico umbro, direi che il lavoro paziente sulla trama è un aspetto peculiare…”.

I quattro artisti umbri rappresentano la dimensione TRAME
Michele Ciribifera / Mario Consiglio / Marino Ficola / Antonella Zazzera

Gli altri quattro rappresentano la dimensione FRAME
Matteo Basilé / Davide Bramante / Robert Gligorov / Max Papeschi

TRAME indica la componente strutturale dell'opera, la complessità dello scheletro che costituisce il progetto e il suo risultato. Modularità, circuito, passaggio organico, filamenti: i quattro autori umbri lavorano con metodo paziente e ossessione per il dettaglio, dentro un sistema costruttivo che evidenzia i passaggi “a cuore aperto”, senza nascondere il processo e la sua metodica lentezza.

FRAME indica l’abito mediatico dell’opera, la natura artificiale e derivativa di ciò che vediamo. Qui si assiste ad un processo figurativo che racconta il corpo, il paesaggio, la cronaca e la storia, i feticci e la fantasia narrativa. Mentre nel caso di “trame” l’opera espone un’architettura a vista coi suoi passaggi elaborativi, per “frame” si intende un’immagine che è già completa, superficialmente profonda, leggibile per intero nel risultato finale.

TRAME + FRAME
Lo scheletro mediatico (trame) e l’abito mediatico (frame) si osservano a distanza ma capiscono le reciproche appartenenze. Due dimensioni che non hanno opposizione e si attraggono di continuo, in modi silenziosi, leggibili quando inizi a capire il DNA di un artista. La struttura ossea dell’opera (trame) cerca la sua chiave iconografica, una narrazione da cogliere nei modi opportuni: Ciribifera chiede che lo spettatore partecipi al movimento, completando il valore gravitazionale della scultura, il suo cinetismo solido eppure fluido; Consiglio spinge le strutture complesse verso un naturismo dark, usando i materiali con ambivalenza sensoriale e concettuale; Ficola inserisce miniature umane nei suoi reticoli in ceramica e stringhe, aprendo la trama ad un cortocircuito evocativo; Zazzera richiama dettagli architettonici e macrosuperfici, tra pittura e scultura ma con un rame che disegna volumi nello spazio. Sul fronte opposto (frame), Basilé costruisce le foto recenti con soluzioni compositive sempre più ardue, fondendo paesaggi e corpi in una nuova mitologia transculturale; Bramante mescola il reale con dissolvenze che ricreano i suoi paesaggi fotodinamici, frutto di tecnicismi e, soprattutto, di una visione prismatica del mondo; Gligorov inventa soluzioni ingegnose e catartiche tramite idee radicali dove i linguaggi diventano struttura; Papeschi adotta la formula del circuito narrativo per le sue incursioni mediali in chiave postpop, ribaltando la cronaca in una mina vagante tra sogno e realtà.

Testo di Gianluca Marziani